L'esercito dei 433......(euro…)
È in risposta, o meglio, in prosecuzione alle riflessioni sul Servizio Civile Nazionale pubblicate su “Palermo cronaca” di venerdì 13 luglio 2007 che matura questa lettera, o meglio questa testimonianza.
Siamo Nina e Sarah, volontarie in Servizio Civile Nazionale presso l’Università di Palermo, per il progetto “Porte aperte in biblioteca”, e perciò colleghe delle stesse Mariangela e Renata di cui avete raccolto l’entusiastica intervista. Anche noi da otto mesi volontarie, da quel “fatidico” 2 novembre 2006. Studentessa l’una, laureata e dottoranda l’altra, abbiamo consapevolmente e con entusiasmo scelto di partecipare al bando di SCN e, selezionate, abbiamo preso servizio presso una delle biblioteche interessate dal progetto. Tutto bene dunque. E soddisfacente d’altronde è stato il nostro inserimento nella struttura. Crediamo d’altronde che non ci sia di meglio che coinvolgere nell’erogazione di un servizio chi di esso conosce pregi e difetti, problemi, mancanze e possibilità di miglioramento. Così due giovani universitarie sanno bene immedesimarsi negli utenti di una biblioteca d’Ateneo, ne conoscono le ansie e le esigenze (perché sono le loro stesse) e se possono si fanno in quattro per essere utili. Ed ovviamente è motivo di appagamento per tutti se, attraverso il SCN, le biblioteche d’Ateneo ampliano gli orari di apertura, gli utenti verificano una maggiore attenzione ai loro bisogni, i volontari acquisiscono competenze professionali e capacità organizzative e relazionali, fanno nuove amicizie, si relazionano con il mondo del lavoro.
Ma occorre guardare, VOLERE GUARDARE, NON AVERE PAURA DI GUARDARE il rovescio della medaglia…. È giusto infatti sapere che, in generale, i progetti di SCN possono impegnare i volontari per un minimo di 25 ore settimanali: ma i progetti presentati dall’Università di Palermo sono da 36 ore settimanali (1728 ore all’anno). Ora, è chiaro che ciò è legalmente fattibile, altrimenti l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile non approverebbe di anno in anno i progetti dell’Università di Palermo. Ma è “eticamente” corretto? Resta inteso che il SCN prevede, qualsiasi sia il monte orario che il volontario deve svolgere, lo stesso compenso (i 433 euro e 80 centesimi mensili), lo stesso numero di giorni di malattia e di permessi. Dunque nessun vantaggio ricava l’aspirante volontario dallo scegliere un progetto con un maggiore monte orario.
Ci sembra allora che la scelta di riproporre (nonostante i dissensi e le numerose critiche manifestati dai volontari nelle precedenti esperienze) progetti da 36 ore settimanali sia una scelta “vigliacca”, soprattutto da parte di un ente con finalità formative e culturali quale è l’Università, che sa benissimo che la maggior parte dei volontari in SCN che ha selezionato e che selezionerà sono i suoi stessi studenti. Studenti che diventano forza lavoro senza diritti ma con un carico orario uguale a quello del personale strutturato. Studenti che per un anno non potranno sostenere esami (ve li vedete dopo una giornata lavorativa di 7,12 ore, aprire un qualsivoglia libro?) o che conseguiranno voti “arrisicati”, con tutto ciò che questo comporta ai fini della laurea e del futuro in generale, sempre e soprattutto lavorativo. Ciò che ci indigna è la totale assenza di collaborazione dell’Università a questa problematica del monte orario: le lamentele ci sono, è chiaro, trentasei ore sono tantissime per un giovane, che spesso oltre a svolgere il SCN studia o fa qualche lavoretto, non avendo più tempo per coltivare interessi, passioni, amicizie… Diciamo così: il SCN all’Università di Palermo ti monopolizza, vivi per lui…
Direte voi, perché allora l’aspirante volontario si ostina a scegliere i progetti dell’Università? A parte il fatto che l’Università bandisce ben 117 posti, rispetto ai 3-4 di altre strutture, e dunque garantisce maggiori possibilità di selezione, è poi chiaro che per un giovane prestare servizio nell’ambito universitario può essere particolarmente stimolante e interessante. Inoltre un altro motivo per preferire il SCN all’Università, è che le selezioni sono limpide, molto di più di quanto accade presso enti privati più piccoli, in cui spesso vige un fastidioso clientelismo. Queste le ragioni per cui un volontario può prediligere i progetti dell’Università. Ma perché approfittarsene?
I volontari sono una “risorsa” in più, devono “affiancare ”il personale strutturato e non “sopperire” – come in tanti casi accade – alla mancanza di personale.
Scelte diverse, assunzioni, concorsi, si rendono necessari per garantire una migliore qualità della vita, nella convinzione che il volontariato può essere un motore sociale, ma non può e non deve reggere la società.
Si vuole inoltre sottolineare come il motivo che sostanzia il profondo divario tra il numero dei volontari in SCN al Sud Italia e al Nord Italia (queste le cifre: Sud 57%, Nord 20%) è la totale assenza di prospettive per i giovani meridionali, tasto particolarmente dolente qui in Sicilia, per cui uno studente siciliano accetta, anzi desidera, lavorare 36 ore per ricevere 433,80 euro. Quindi ci sentiamo in dovere di ribattere, al responsabile dell’Ente, il Dottor Bartolo Giacchino quando fiero afferma: «… noi non abbiamo difficoltà a reperire i volontari… anzi…». Riteniamo infatti che 1000 richieste per 117 posti non devono essere motivo d’orgoglio per l’Università di Palermo, ma costituiscono un campanello d’allarme, sociale, fortissimo. Giovani studenti, laureati, disoccupati siciliani trovano nel servizio civile nazionale un anno di lavoro in regola. Fin qui, potreste dire, tutto normale… anzi, ben venga. E invece no, perché – al di là del fatto che il SCN persegue scopi diversi rispetto a quello di garantire un anno di lavoro – ciò che un ente come l’Università di Palermo ottiene, è forza lavoro a costo zero. Ciò che chiediamo, in fondo, è un po’ di rispetto in più: vogliamo essere liberi di fare il servizio civile per scelta, e soprattutto con un impegno orario inferiore, e in questo l’Università dovrebbe avere più considerazione per i suoi volontari. Ciò andrebbe anche perseguito attuando una corretta valutazione a monte, da parte dell’Ente, delle reali necessità e potenzialità delle diverse strutture che accolgono i volontari; oltre che con una concreta presa di coscienza da parte di tutto il personale delle sedi di attuazione – e non solo dell’OLP – dell’esperienza che nel corso di un anno coinvolgerà tutti, perché è chiaro: i volontari sono una risorsa, ma costituiscono anche fonte di responsabilità e ulteriore impegno per l’organismo ricevente.
Non è casuale d’altronde l’alta percentuale di “abbandoni” che sono maturati proprio in seno ai progetti dell’Università di Palermo, nonostante l’alternativa sia un impiego anche non in regola.
Infine un’ultima nota sulla prossima gestione regionale del servizio civile auspicata da Antonio Annino: a nostro avviso, un rischio troppo grande in Sicilia, dove i volontari diventerebbero una merce di scambio di altissimo valore in ambito politico e non soltanto…
Eppure, anche se in virtù delle precedenti riflessioni può apparire contraddittorio, anche noi – pur consapevoli di essere sfruttate “alla luce del sole” – come la collega Mariangela e tanti altri prima di noi, vorremmo continuare questa esperienza di SCN, ma solo perché una volta finita, dal 1 novembre (data in cui concluderemo il nostro servizio) sarà difficile trovare un vero lavoro, retribuito e in regola, soprattutto.
Antonina & Sarah Catalano, su "La Repubblica" del 29-07-07

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